venerdì 13 giugno 2014

Zio "D'Artagnan".

Per fortuna ci sono gli anniversari, persone come zio Orazio "D'Artagnan" altrimenti sarebbero dimenticate e questo non deve accadere.
Oggi sarebbe stato un bel settantenne, brizzolato, dal fisico asciutto e ancora di bell’aspetto. Perché da ragazzo Orazio era così, atletico e slanciato, con la passione per l’agricoltura e per la bicicletta, ma anche per il buon ballo paesano, persona semplice, generosa e di solidi principi. Orazio Cammisa, classe 1939, allo scoccare del 1960 lascia il suo umile borgo armato della sua proverbiale determinazione e intelligenza per cercare maggiore sicurezza economica altrove, come tanti suoi coetanei. 


Incoraggiato dal fratello maggiore Angelo, militare, entra nel corpo di Polizia Stradale come volontario, superando le selezioni a Roma. Di lì è inviato in missione tra Genova e Reggio Emilia, dove subito sperimenta la durezza degli scontri tra  manifestanti e forze dell’ordine, nella calda estate ove l’Italia sperimentò per la prima volta un’offensiva della classe operaia rivendicante i propri diritti ed un governo Tambroni (poi dimissionario) che di fronte ad una contrapposizione così dura altro non seppe fare che imporre il pugno duro con le cariche della polizia, culminate con diversi giovani morti. Fervente cattolico, provato da tale traumatica esperienza ma temprato dal lavoro, Orazio comprende che quello di tutore dell’ordine è ben oltre che un semplice mestiere, ma una missione che richiede dedizione totale e profonda convinzione interiore. 
La cosa non lo spaventa affatto, ai valori dell’onestà e del sacrificio affianca quelli del senso dello Stato, trovando compimento in quello che già anni prima è il suo motto preferito:”Il lavoro è onore!”. Sì, perché lui ne è convinto: qualsiasi lavoro si faccia, anche il più umile, se onesto e fatto coscienziosamente e con amore, esso è onore.
Nel 1961 è inviato a Torino per i preparativi del centenario dell’unità d’Italia, aggregato alla stradale: una città vera, grande, di cui Orazio si innamora presto. Si presenta un’occasione inattesa: un posto di sorvegliante al cancello n.8 dello stabilimento Fiat di Mirafiori. 


Per questo posto Orazio è disposto a lasciare il corpo di agente di Pubblica Sicurezza, e grazie al curriculum ed alle ottime referenze, ci riesce. Ora che ha trovato il lavoro che non impone trasferte improvvise e dense di incognite, può finalmente rimettere mano alla sua passione, la bicicletta. Coi colori della titolata squadra Carpano partecipa e vince diverse gare, fra cui la Torino-Pinerolo, in un’epoca in cui i corridori erano solo gambe e sudore, olio di gomito e preparazione tecnica (proverbiale anche la maniacale cura della sua “Bianchi”), nel mito grande Fausto Coppi cui Orazio si sentiva legato per carattere e anche per una vaga somiglianza.
Ad Alberobello ci torna per licenza e racconta ai familiari con entusiasmo di questa bella città, ricca e fascinosa, ma le ferie le trascorre volentieri tra i campi del padre Martino “l’Argonist’”, contadino ma col gusto della buona musica perché anche discreto pianista autodidatta, contribuendo così col raccolto alle esigenze familiari e lasciandosene un po’ per regalarne ai suoi numerosi amici.

Di rientro a Torino un anno lo seguirà anche la sorella minore Nennella, colpita più di tutti dai suoi racconti, ma Torino è bella quanto avara di affetti, specie coi meridionali, per cui Orazio comincia a maturare l’idea di un avvicinamento alla sua terra d’origine ed una nuova svolta si profila all’orizzonte: il concorso per
il posto di Vigile Urbano. Prende lezioni private per prepararsi al meglio, legge il Codice Civile e Penale, si presenta al concorso e lo vince senza esitazioni, dunque rientra in Puglia trionfante insieme alla sorella, per occupare il posto di vigile proprio al suo paese natale, la cara Alberobello, nel 1965.
Qui si distingue per intransigenza, senso del dovere e determinazione: pure il papà Martino ne fa le spese, reo di aver parcheggiato male il proprio carretto agricolo sulla strada pubblica! 


Ma “D’Artagnan”, come gli amici da ragazzo l’hanno soprannominato, sa essere generoso con gli umili e i più piccoli, così come intransigente e severo è coi furbi e i balordi, che riconosce al primo sguardo.
Carmelo era uno di questi, balordo e violento. L’aveva redarguito già diverse volte, a volte perché ubriaco, a volte per la cattiva abitudine di aprire anzitempo il Foro Boario ai mercanti di bestiame compiacenti, magari solo per una birra in più, facendo guadagnare loro il posto migliore. Uno che ragiona di pancia quando a riprenderlo è un tutore dell’ordine e lo fa davanti ai suoi compari di bevuta sogna solo una cosa: un giorno o l’altro lo faccio fuori. E l’occasione si presentò: al 13 giugno del 1974, durante la processione del Corpus Domini, Orazio era in servizio. Entrando al caffè Sport per ripararsi da un momentaneo piovasco salutò tutti, come sempre. L’assassino era tra loro, andò diritto verso di lui col coltello a serramanico pronto: Orazio alzò il braccio in segno di saluto anche a lui, che non aspettava altro.
Un fendente diritto al cuore, appena sotto il taccuino d’ordinanza che avrebbe potuto frenare il colpo e D’Artagnan cadde a terra nel sangue. Neanche il pronto intervento del suo amico medico Franco riuscì a salvarlo, la ferita era piccola e profonda, un colpo preciso.

A casa Cammisa furono momenti di grande agitazione, frasi difficili da pronunciare, la giovane moglie in preda a svenimenti, il figlio di neanche 4 anni allontanato e preso in cura da altri zii, il padre Martino che sostenuto da incrollabile fede cristiana in quel frangente incredibilmente invocava misericordia.
L'assassino scontò i suoi anni per omicidio premeditato, oggi giace anche lui al camposanto, nella solitudine.
Ai parenti del triste episodio resta l’ombra della regia di una mente più raffinata mascherata dal gesto di uno squilibrato nei fumi dell’alcol. A tutti e alle generazioni future, l’esempio di valori universali, di cui oggi v’è penuria o ancora peggio, vi è oggetto di derisione: senso della giustizia e del dovere, imparzialità ed incorruttibilità, generosità verso i miseri, intransigenza coi moderni farisei, sportività, amore verso il prossimo e la famiglia.
Orazio “D’Artagnan”, l’uomo asciutto e alto in divisa, col suo sorriso accattivante rimarrà nella storia di questa comunità per la stima e la simpatia che riscuoteva su tutti, soprattutto svestiti gli abiti ufficiali.

3 commenti:

nonhotempo ha detto...

Un racconto commovente. Fortuna che, a dispetto di potenti e prepotenti, l'Italia è piena di sconosciuti e amatissimi zii Orazio

cooksappe ha detto...

bellissime foto

beppestarnazza ha detto...

Ho un ricordo sfuocato di quei fatti (avevo appena sei anni) ma di questo zio solo ricordi belli. Una storia vera, che mi tocca da vicino (la sorella minore citata che lo raggiunse a Torino è mia madre) ma che vorrei fosse ricordata soprattutto per i valori di senso civico e di senso dello Stato che una figura così trasmette, valori che come ho detto, oggi scarseggiano.
Aggiungo che una strada della città porta il suo nome, proprio una di quelle che lo vide ragazzino giocare tra i muretti a secco e i trulli, ad un passo dalla casa paterna: tributo doveroso.
http://goo.gl/maps/9EI66